La copertina del libro. |
Addentrarsi nell'ultimo romanzo di David Mitchell, I custodi di Slade House, è un po' come ritrovarsi nel disegno delle scale di Escher in cui non si capisce se si stia scendendo o salendo e in cui l'occhio torna sempre al punto di partenza catturato da un'illusione ottica che non lascia scampo. Così accade anche nel romanzo giacché alla fine di ogni capitolo il lettore torna al punto di partenza e, con personaggi diversi e tempi storici diversi, rivive le stesse dinamiche quasi in un loop senza fine che alla lunga rischia di risultare anche noioso. Mitchell infatti compone e ricompone la stessa storia variandone alcune parti (personaggi, contesto storico, costrutti e subcostrutti) ma mantenendo una struttura complessiva pressoché invariata che dà un buon ritmo alla composizione narrativa. I quattro personaggi che nel corso del tempo si sostituiscono sembrano più anime di una stessa persona e Mitchell veicola l'idea della presenza di continuità attraverso una nemmeno tanto velata reiterazione degli stessi elementi. Un uomo che corre con una tuta arancione; il pub The Fox and Hounds, gli occhi vuoti, cicatrici più metaforiche che fisiche. Stessi elementi, un unico destino.

David Mitchell. |
Strutturalmente Mitchell si indebita con i romanzi di Arthur Conan Doyle con protagonista la coppia Holmes-Watson. Il baronetto inglese ha ripetuto in alcuni suoi testi la stessa struttura formale cambiandone i contenuti, le vicende e i personaggi ma lasciando immutata l'architettura narrativa. Nella prima parte viene commesso il delitto e Holmes si adopera per risolvere l'enigma giungendo immancabilmente alla soluzione, nella seconda parte Doyle inserisce lunghi flashback che spiegano da dove ha origine il crimine e nella terza d ultima parte, spesso brevissima, c'è lo scioglimento finale. Mitchell si limita a replicare platealmente questo schema già ben rodato che, sorretto da una buona penna capace di tenere alta la tensione, acuisce il senso di suspense e attesa. Ecco che nella prima parte vengono commessi i furti di anime, nella seconda il lettore viene ragguagliato sull'origine dei gemelli Grayer e nella terza vengono tirate le fila del discorso e si arriva allo scioglimento dei nodi narrativi. L'abilità narrativa di David Mitchell trova conferma tangibile nella capacità di coinvolgere il lettore trascinandolo nel testo grazie all'accortezza non banale di utilizzare la narrazione in prima persona che favorisce l'identificazione e l'immedesimazione del lettore con i personaggi. Contemporaneamente però Mitchell contrae qualche debito di troppo con diversi suoi colleghi: atmosfere vagamente stokeriane, una struttura narrativa che attinge alla tradizione di Conan Doyle e la ciclicità dei mostri del caso che ricorda vagamente l'It di Stephen King. Inoltre Mitchell riesce a fermarsi in tempo prima che la reiterata tessitura narrativa trasformi il tutto in una brodaglia noiosa. In conclusione l'autore inglese mette in piedi un buon testo, godibile sotto l'ombrellone. Niente di più.
I custodi di Slade House
David Mitchell
Frassinelli, pp. 233, 2016
19,00