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venerdì 26 maggio 2017

Sotto una pioggia di sassi

La copertina del libro
"Una risata vi seppellirà" scrisse Bakunin. Nell'ultima fatica di Morandini saranno le pietre a seppellirvi con una pioggia inarrestabile di sassi, massi, sassolini, ghiaietti e chi più ne ha più ne metta. L'operazione che l'autore imbastisce in Le pietre consiste in una trasfigurazione dell'immobilità che parrebbe a tratti un elogio della lentezza e al contempo un'allerta ai naviganti sulla suscettibilità delle vecchie pietre. L'autore racconta una convivenza fuori dagli schemi trasformando con la bacchetta magica i minerali più immobili e immoti dell'universo in esseri apparentemente senzienti, dotati di una propria volontà di azione. 

Dove la narrativa tradizionale indaga le relazioni che si vengono a costruire o disfare tra esser in carne ed ossa, approfondendone i contorni, Morandini sposta l'angolo di percezione, ribalta la prospettiva e decide di studiare, mettendoli in scena, i rapporti tra i sassi e gli uomini di montagna raccontando storie da focolare e da famiglia campagnola che sanno spaziare dalla tragicità della morte (che nonostante tutto riesce ad essere incredibilmente comica) fino alla creduloneria degli autoctoni. Le pietre sono anch'esse abitanti o forse sono esse stesse gli abitanti del luogo e dei luoghi visto che, a differenza dell'esile e fragile esistenza umana, esse sono quasi eterne. Immortali. Hanno visto passare centinaia di generazioni di uomini e animali, hanno assistito all'alternarsi delle ere geologiche. Sono vecchie come la Terra perché le pietre sono la Terra. È ancora una volta surreale, quasi incredibile, il mondo che viene raccontato poiché dopo il cane parlante, fedele compagno dei soliloqui mentali di Adelmo Farandola (Neve, cane, piede), è il turno delle pietre di animarsi, prendere vita, diventare sostanza dell'esistenza dei paesani, sia quando essi sono su a Testagno o giù a Sostigno. Perché si, questi montanari che vivono fuori dal mondo si spostano in alto o in basso a seconda delle stagioni, del tempo, delle necessità di sopravvivenza, dello spostamento dei fiumi (anch'essi si muovono senza una logica apparente) e naturalmente delle pietre. Un mondo semplice ma intenso nella sua genuinità. 

Pietre
Il narratore in prima persona cerca di raccontare al lettore, violando qualsiasi rapporto tra fabula e intreccio e mescolando il presente con il passato, l'origine delle pietre. Cioè il momento esatto in cui le pietre sono entrate definitivamente nella vita degli abitanti di Sostigno "e non se ne sono più andate" . In origine, almeno stando alle parole di un narratore onnisciente tutt'altro che affidabile, furono Agnese ed Ettore Saponara. La coppia proveniente dalla città si insediò in una villetta fatta costruire apposta in un paese composto di abitazioni fatte di massi, calce e pietre. Un giorno come tanti altri al centro del loro ammodernato soggiorno compare misteriosamente dal nulla un mucchietto di polvere che Agnese, la maestra del paese, provvede prontamente a raccogliere con la scopa e buttare via. Il problema è che nei giorni che seguono alla polvere si sostituisce dapprima un sasso e, in sequenza crescente e regolare, una catasta di altri sassi che finiscono per sequestrare il soggiorno dei Saponara costringendoli a vivere nelle restanti stanza della casa. Non passa molto tempo prima che la notizia si sparga per Sostigno e le vallate circostanti assurgendo anche agli onori delle cronache nazionali. Il fenomeno misterioso diventa oggetto di sussurrii e bisbigli che prendono la forma nelle parole di Don Danilo di uno scherzo del Maligno, si trasforma in un'attrazione turistica che richiama curiosi, geologi, esoterici, esperti dell'occulto e un carosello di inutili ciarlatani e finisce per gettare nella disperazione e nella vergogna la fragile Agnese la quale non riesce a darsi una spiegazione della sciagura che le è letteralmente piombata in casa. Attorno a questo punto di origine scaturiscono una serie di vicissitudini, fatti e fattucoli da aneddoto che contribuiscono a rendere frizzante e gradevole l'intera narrazione che si presenta come un accavallamento tra la storia dei Saponara e le conseguenze dell'arrivo delle pietre. 

Claudio Morandini
Le pietre rappresentano, nell'importanza capitale che ricoprono all'interno del testo, la cartina al tornasole delle relazioni umane: c'è chi le disprezza e le maledice, chi ne tra un business economico che si rivela un disastro, chi le usa in cucina per "salare" la minestra e chi preferisce trasformarle pitturandole in souvenir vagamente pacchiani. C'è chi le usa in gare tra pietre che durano decenni e chi ravvisa in esse la presenza di un'entità maligna. Le pietre sono dunque un espediente narrativo con cui vengono descritti i rapporti, i comportamenti, le reazioni, le discordie, le connivenze, gli intrecci familiari, le dinamiche che fanno tale una società, intesa, nel senso più ampio del termine, quale gruppo di persone che vivono e convivono in un territorio. Tutti coloro che hanno amato Neve, cane, piede non potranno non tributare gli stessi sentimenti anche a questo libro in cui l'autore, ancora una volta, riserva alla montagna uno sguardo benevolo, ammirato e innamorato e in cui si ritrova lo stile di Morandini. asciutto, preciso, proteso verso la ricerca della 'parola esatta' e questo suo cercare, questa precisione voluta leviga la prosa esattamente come il moto perpetuo di un fiume o di un ingovernabile torrente montano leviga le pietre dando loro forme ovali e ordinate. Oggetti di design; non può forse essere definito design letterario lo stile di Morandini? 

"A proposito, alle volte mi chiedo da quanto non ci fermiamo a guardare le montagne con calma. [...] Io li ricordo i prati immobili di quando stavo ai pascoli di Testagno, i silenzi leggeri, ricordo quel senso di nobiltà sere a imperturbabile che ci davano le grandi rocce appese ai picchi, il divertimento che provavamo a seguire con gli occhi i salti delle capre che a quelle rocce sembravano appese, le planate dei grandi uccelli in cerca del pranzo."

Le pietre
Claudio Morandini
Exorma, pp.187, 2017
14,50 



lunedì 27 febbraio 2017

Neve, cane, piede o l'allucinazione solitaria

La copertina del libro edito da Exòrma.
Neve, cane, piede è più di un romanzo o di un racconto, semplicemente per il valore rivoluzionario intrinseco che porta con sé. Il libro di Claudio Morandini è infatti il punto di arrivo di un progetto orientato alla ricerca della qualità letteraria, celata nell'ambito della piccola editoria; un'iniziativa che è nata interamente sul web per poi diventare fatto concreto nelle librerie fisiche di tutta Italia. Mi riferisco a Modus Legendi, piccola rivoluzione promossa dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere e supportato dal sito web Ultima Pagina, che ha visto coinvolte migliaia di persone che hanno spinto in classifica il libro edito da Exòrma. Si tratta quindi della realizzazione di un programma culturalmente ambizioso che, per la sua aura innovativa e fuori dagli schemi tradizionali, merita attenzione. Detto ciò, dopo la lettura del libro, si comprendono meglio i motivi che hanno convinto i "savi" ad inserire questo racconto nella cinquina dei libri finalisti. 

Lo definisco racconto non tanto perché è un libro relativamente breve ma perché assomiglia più ad una favola che ad un romanzo mettendo in scena animali e cadaveri parlanti inserendoli in un contesto ambientale che, pur rispondendo a luoghi realistici, appare più che mai fantastico. Neve, cane, piede pur nella sua forma breve, ma anzi forse proprio per questo, è tante cose insieme ma se c'è una componente che subito si delinea chiara è l'ironia, incarnata dal vecchio e sporco cane. Ciò risulta chiaro al lettore sin dall'occhietto che reca nero su bianco il nome della collana: quisiscrivemale. Un manifesto programmatico che in realtà, in un gioco autoironico di specchi, allude proprio al contrario, ovvero alla ricerca della qualità letteraria che si concretizza, nel caso in questione, nella scrittura secca, asciutta, priva di orpelli che l'autore sa mettere su carta; uno stile che riecheggia le ambientazioni montanare in cui il protagonista si muove e che non può che essere aspro ma soprattutto essenziale. L'eroe indiscusso della storia è un uomo la cui natura più intima si evince dal fatto che  

'non vorrebbe essere scoperto da qualcuno che passa da quelle parti, pronto ad andargli incontro e a stringergli la mano e a non lasciargliela e a chiedergli cose che lui non sa, non ricorda o non vuole sapere o non vuole dire'. 

Claudio Morandini
Adelmo Farandola é  il suo nome; un vecchio montanaro che vive come un misantropo in una baita incastonata in una conca di montagna, che con le sue asperità, i suoi odori, rumori e cicli stagionali é da lungo tempo la sua unica compagna. Adelmo, il cui passato emerge a sprazzi dal racconto come una nebbia lattiginosa di passato remoto, si reca in città solo ed esclusivamente al fine di fare provviste per l'inverno. Comprare i genere di prima necessità che gli permetteranno di sopravvivere per tutta la stagione fredda durante la quale si chiude in casa senza uscirne per mesi e mesi; una condizione di prigionia autoinflitta che implica il germe della follia e dell'allucinazione. L'estraneità forzata dal mondo esterno, la vocazione solitaria, l'assenza di qualsiasi contatto umano o anche animale sono tutti elementi che, al pari di un febbrone autunnale, conducono sulla strada dell'essere matti. Sulla via del ritorno a seguito delle compere in paese, lungo la salita che lo porta all'alpeggio dove dimora, si imbatte nel cane che dà titolo al romanzo. Quest'ultimo pare essere l'unico essere vivente in grado di penetrare la corazza di sporcizia e solitudine che l'uomo ha deciso di costruirsi attorno tanto da stupirsi di se stesso nel momento in cui, nel suo freddo cuore, sente accendersi una tiepida fiammella di tenerezza e affetto verso il vecchio sacco di pulci del quale volente o nolente si è sobbarcato il peso. Il tempo passa e il crudo inverno si abbatte sulla vita del burbero e smemorato Adelmo Farandola, sul cane che nel frattempo si è sistemato, tra i mugugni del vecchio, nella baita e sulla baita stessa. La violenza della montagna, la sua natura di indomabile forza elementare, si abbatte sulle due misere esistenze sotto forma di una valanga che avvolge la casa sommergendola di neve, carcasse di animali e ghiaccio recludendo la strana coppia per cinque mesi. 

È indubbio che la parte centrale del romanzo, ovvero il racconto della convivenza forzata dove il giorno e la notte non esistono e si sovrappongo in modo surreale e in cui i morsi della fame a lungo andare diventano belve oniriche, sia il pezzo migliore del racconto. Il luogo narrativo in cui Morandini mette a nudo Adelmo Farandola lasciando emergere la sua vena dissennata. È in questo momento dilatato nel tempo e nello spazio che il tema dell'allucinazione, cifra distintiva del personaggio assieme alla solitudine monastica, irrompe sulla pagine creando sia disagio che pena nel lettore il quale tocca con mano l'alienazione del montanaro. Quest'ultimo viene colto da allucinazioni fantasmagoriche in cui, come fosse al proprio capezzale, vede passare cortei di persone che, un tempo, appartenevano alla cerchia della sua famiglia o delle sue amicizie; si lascia andare a soliloqui riflessivi che il cane non riesce a interpretare o a ricondurre ad un discorso minimamente logico; si affanna nella stalla a cercare mucche che non esistono da tempo e soldi che invece sono fin troppo concreti.  

'Adelmo Farandola non sa se il ricordo di quel fatto lo ha ritrovato davvero nella grande confusione della sua testa, o se se l'è modellato lui sulla base dei rimuginii di questi giorni, o se ha confuso uno dei tanti sogni con il ricordo di un fatto reale, o se sta sognando anche adesso'.

Il logo dell'iniziativa Modus legendi.
Morandini crea un clima quasi soffocante dove la luce è l'eterna esclusa e l'avvento del tepore primaverile in grado di sciogliere i ghiacci rappresenta una boccata di aria fresca e un respiro di sollievo per il lettore, chiuso assieme al cane e ad Adelmo Farandola nella claustrofobica baita. La parte conclusiva del romanzo ruota attorno al ritrovamento di un piede che emerge come una spada o un tronco d'albero dalla neve fresca e che non sarà immune dalla personalità psicotica e alienata del vecchio Adelmo. In conclusione Neve, cane, piede è un libro sì sulla solitudine che rischia di essere la via più facile per la follia e la smemoratezza ma in sottofondo si legge anche l'amore per quella madre contraddittoria, fatta al contempo di carezze calorose e gelidi schiaffi, di cieli azzurri e dirupi nerissimi, che è la Montagna.

Neve, cane, piede 
Claudio Morandini 
Exòrma, pp. 138, 2015
13,00