mercoledì 23 novembre 2016

Dalla Sardegna con amore


Il primo approccio con un nuovo autore o autrice conduce sempre ad una biforcazione: da un lato si percorre la via dell’insensibilità o del distacco emotivo, declinati a seconda dell’effetto del libro secondo molteplici sfumature; dall’altro si verifica il colpo di fulmine, l’epifania letteraria che avviluppa il lettore nelle pagine inchiostrate del libro. Per “Chirù” vale la seconda strada. Inutile negare che Michela Murgia, nota soprattutto per “Accabadora” e finora vittima da parte di mia di un immotivato disinteresse, è stata una piacevolissima sorpresa.

“Chirù” fa parte di quel tipo di romanzi che non hanno genere ma che al contempo al suo interno sanno fondere e miscelare tipologie testuali che possiedono sfumature proprie. È un testo che, come un’eco lontana, richiama i romanzi di formazione e che si intreccia con la dialettica psicologica di cui Eleonora, la protagonista, è sorgente incessante anche perché la narrazione è in prima persona. A ciò si aggiunge una storia d’amore atipica, desiderata e ripudiata, voluta e spezzata, a suo modo sconveniente ed elettrizzante.
La vicenda che Murgia articola nelle quasi duecento pagine di testo ruota attorno al binomio Chirù-Eleonora, il quale si configura come il filo rosso che trasporta il lettore dall’inizio alla fine. Chirù è un ragazzo diciottenne dai riccioli fluidi, timido e astuto che cerca in Eleonora lo strumento per crescere, maturare ed uscire da un bozzolo di insicurezza per spiccare il volo. Eleonora è invece la sua maestra di vita, colei che lo inizia all’ipocrisia strisciante e intrinseca dell’uomo; gli insegna a munirsi di una maschera, a leggere le altrui finzioni e tale rivelazione costituirà la loro rovina.


Il personaggio di Eleonora è sicuramente il più interessante e contraddittorio  e l’autrice ne sviscera le sottili ipocrisie, le riflessioni puntuali velate da un cinismo che si mescola col realismo della quotidianità; cerca di descrivere la donna matura, più che trentenne, alla luce dell’esperienza dell’infanzia, dei rapporti incrinati con la famiglia di sangue, padre, madre e fratello che assumono, nel corso dello svolgimento narrativo, un peso crescentemente insignificante. Eleonora è anche il prototipo della “maestra spirituale” che, nella tradizione sarda, è una figura esterna alla famiglia la quale si prende cura della maturazione e dell’educazione extrascolastica di un ragazzo o di una ragazza. Tra i due soggetti si crea quindi un legame sia affettivo-emotivo che intellettuale che esula completamente dalla parentela di sangue ed è questa tipologia relazionale che Eleonora avidamente cerca e puntualmente trova.


L’architettura narrativa è poi sorretta da uno stile letterario preciso, ficcante, puntuale, caratterizzato da una proprietà lessicale e linguistica che raramente ho trovato nella narrativa italiana e che mi ha immediatamente suscitato un paragone tanto scomodo quanto corretto con Philip Roth. Murgia è capace in poche parole di esprimere un concetto denso di significato sul quale si è costretti a tornare più volte, non perché risulti incomprensibile, tutt’altro, ma perché è impossibile non essere catturati o affascinati da come l’autrice sarda plasma le parole e le frasi.

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